Mons. Sigismondi: «All'Ac l'audacia e il coraggio di aprire vie nuove»

 

 

Pubblichiamo il testo dell'omelia di mons. Sigismondi al momento di preghiera del 27 aprile 2021

 “Non aver paura; continua a parlare e non tacere. In questa città io ho un popolo numeroso” (At 18,9-10). “Una notte, in visione”, mentre Paolo si trova a Corinto, il Signore gli fa questa confidenza, su cui è sintonizzata la XVII Assemblea nazionale di AC, chiamata con responsabilità civica e battesimale a tracciare la rotta del cammino associativo per il prossimo triennio. Questo compito di discernimento non può essere svolto senza lo spirito di profezia che, “con assidua premura” (cf. Ger 25,4), il Signore concede alla Sua Chiesa per nostra “edificazione, esortazione e conforto” (cf. 1Cor 14,1-5), per educarci – osserva Ireneo – “a portare lo Spirito e a godere della comunione con Dio” (cf. Contro le Eresie, IV,14). 

“Non è profeta chi parla nello Spirito (a modo d’ispirato), ma solo chi ha i contrassegni di vita (i costumi) del Signore” (cf. Didachè 11,8). Il profeta, “uomo dell’attesa”, scorge e indica i passi di Dio nella storia, a cui la grazia non è allergica. Egli, “uomo della concretezza”, ha la pazienza del contadino, che aspetta “il prezioso frutto della terra” (cf. Gc 5,7), e la perseveranza della sentinella (cf. Is 21,11), testimone della luce ancora mescolata con le tenebre, del “germe di bene sepolto nelle macerie”, del mandorlo che fiorisce in un paesaggio invernale (cf. Ger 1,11).

- Il profeta conserva un contatto continuo con le Scritture; gusta la dolcezza e perfino l’amarezza della parola di Dio (cf. Ap 10,8-11), che ha preso a servizio la sua stessa vita.

- Il profeta non sottopone la Scrittura a privata spiegazione (cf. 2Pt 1,20), non ne fa mercato e non la falsifica (cf. 2Cor 2,17; 4,2); “non cerca di piacere agli uomini ma a Dio” (cf. 1Ts 2,3-4).

- Il profeta annuncia la Parola “al momento opportuno e non opportuno” (cf. 2Tm 4,2); soffre mentre parla ma non rinuncia a farlo “a viso aperto” (cf. Gal 2,11), alzando il tono più che la voce.

- Il profeta non ha il passo più lungo, ma lo sguardo penetrante di un cuore in attesa; scruta i “segni dei tempi” alla luce del Vangelo, riconoscendo ovunque i “semi del Verbo”.

- Il profeta prepara la strada, studia le mappe, indica percorsi inesplorati e annuncia nuovi orizzonti; egli legge il Libro delle Lamentazioni in sinossi con l’Apocalisse (cf. Ap 22,6).

- Il profeta ha “memoria del futuro”, conosce il sapiente equilibrio tra rinnovamento e continuità; “non versa vino nuovo in otri vecchi” (cf. Mc 2,22), ma estrae nova et vetera (cf. Mt 13,52).

- Il profeta si distingue per semplicità, umiltà e libertà; cammina a piedi nudi e, strada facendo, sperimenta che la scarsità di mezzi non diminuisce la forza della sua missione, ma l’accresce.

- Il profeta è consapevole che “il dono di sé è la maturazione del semplice sacrificio di sé”; avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stesso, sa decentrarsi.

- Il profeta non osa mettere il dito nelle piaghe dei fratelli senza battersi il petto; difende la causa della riforma nella Chiesa, sostenendo quella della propria conversione.

- Il profeta ha l’assillo di sentire cum Ecclesia; egli non è una voce fuori dal coro, né un solista, poiché il “noi” della fede della Chiesa sostiene e nutre la sua testimonianza.

“Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo Spirito!” (Nm 11,29). Questa formula di benedizione, che Mosè rivolge a Giosuè, va letta in sinossi con la diagnosi compiuta dal Salmista: “Non ci sono più profeti e tra noi nessuno sa fino a quando” (Sal 74,9). Sebbene non sia facile sciogliere la prognosi, tuttavia è utile rileggere quanto scrive Romano Guardini: “Uno non diventa profeta per doti e disposizione, ma in virtù dello Spirito di Dio, che lo chiama al servizio della sua scienza salvifica (…). Non il fatto di vedere il futuro costituisce il profeta, ma il suo interpretare la storia in direzione della volontà salvifica di Dio e il dar voce a questo volere entro la sua storia. Profezia è rendere aperta la storia verso il senso che viene da Dio”. 

“Il compito del profeta – avverte Primo Mazzolari – è quello di rendere testimonianza, non di durare. Soltanto la verità del Signore manet in aeternum”. I profeti veramente tali, non per posa ma per sofferta e serena coerenza, sono destinati ad essere motivo di scandalo (cf. Mt 13,57). Essi non hanno la presunzione di affermare se stessi (cf. Dt 18,20) o di fare proseliti; compiuta la loro missione, sanno farsi da parte come Elia, il quale lascia il mantello a Eliseo (cf. 2Re 2,1-18). Una delle immagini più luminose della Chiesa – “edificata sul fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2,20) – risplende nelle vetrate delle cattedrali medievali, che mostrano gli apostoli appollaiati sulle spalle dei profeti, con lo sguardo rivolto in avanti.

Che cosa si aspetta il Signore da questa XVII Assemblea nazionale di AC, che celebriamo in modo inedito, in un tempo segnato da “dure prove e stimolanti avventure”? Prima di rispondere lasciamoci provocare da un interrogativo posto dal card. Carlo Maria Martini in occasione di una riunione preparatoria al II Convegno ecclesiale nazionale del 1984. “Ma il diavolo cosa si aspetta da questa assemblea? Penso che il diavolo si aspetti che si parli un po’ di tutto, che si dia ragione a tutti, che ciascuno esponga la sua idea e il suo pensiero come quello che solo può salvare la Chiesa e la società, che si faccia un grande forum di dibattiti, senza approfondire l’intelligenza delle cose. Il diavolo tiene a una seconda cosa: che non ci si interroghi mai perché ci sono tante prediche inutili!”.

Carissimi amici della “famiglia bella e grande dell’AC”, che cosa si aspetta il Signore da questa assemblea? Che sollevi lo sguardo, con la lungimirante concretezza dei profeti, per non meritare il rimprovero rivolto a Israele: “Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto nessuno sa sollevare lo sguardo” (Os 11,7). Sursum corda: questo invito, che la liturgia colloca sulla “soglia” della preghiera eucaristica, mi sollecita ad evocare l’immagine suggerita da Paolo VI il 20 maggio 1978 a don Antonio Tigli, assistente centrale di Acr: “Sia un buon giardiniere di questo prato meraviglioso”. Siamo giardinieri, non padroni di un popolo numeroso! 

+ Gualtiero Sigismondi